Nintai – Potere dello studio individuale

Bentrovati sulle pagine del blog del nostro Dojo cari amici internauti.

La “latitanza” delle nostre riflessioni è dovuta ai normali processi della vita, ovvero, a quella pratica aikidoistica quotidiana che tutti dovremmo approcciare.

Vorrei ripartire proprio da questo concetto nel proporvi la riflessione odierna.

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Come spesso accade nella vita, così come nello Zen e nell’Aikido, tante volte non realizziamo un concetto od una tecnica fintanto che, un bel giorno, dopo l’ennesima prova, improvvisamente, un’illuminazione, ci concede di individuare quel punto mancante, quel “pezzettino” di esperienza che ci sfuggiva e rendeva il tutto incomprensibile.

Questo è particolarmente vero nella vita di tutti i giorni, in particolare nelle relazioni inter-presonali o nell’atto del voler dare una spiegazione ad un fatto od evento.

Nella pratica Aikidoistica spesse volte pratichiamo con monotonia ed un briciolo di presunzione, eppure, quante volte illustri maestri ci ricordano di Guardare, di Praticare?
Memorabile in discorso di Tada-sensei in cui, con nostalgia, ricorda che se lui e gli altri allievi avessero semplicemente guardato O’Sensei praticare, a quest’ora, dell’Aikido, non ce ne sarebbe traccia.

Così, tante volte, semplicemente assistendo ad uno stage dagli spalti di un palazzetto, ecco la folgorante illuminazione che coglie un movimento e rende chiara la tecnica, praticata magari quotidianamente e fino ad allora incompresa.
Abbiamo il dovere di non abituarci, di non cadere nella monotonia del movimento, deve essere tutto nuovo, dobbiamo essere aperti, con uno sguardo attento ed illuminato, per non perdere neppure il più piccolo gesto che, se colto, può farci avanzare poderosamente nella nostra crescita personale ed interiore.
Proprio per questo gli stages sono momenti essenziali nella via dell’Aikido, praticateli sempre e con i maestri più disparati, tenete aperta la vostra mente!

In quest’ottica si inquadra l’esperienza che sto per narrarvi a partire dal prossimo paragrafo.

L’estate scorsa, durante uno di quei banali ed afosi pomeriggi estivi, tutto trafelato, sfuggi alle grinfie del lavoro per precipitarmi, il più tempestivamente possibile, presso il Palazzetto dello Sport di La Spezia.

Morihei Ueshiba - der Aikido-Gründer

Lí non mi attendeva nessuno, probabilmente nessuno si aspettava il mio arrivo, anzi, a dire il vero, forse, non conoscevo nessuno, eppure, il desiderio di arrivare per non perdermi lo spettacolo era fortissimo.

Parcheggiai la veloce BMW lasciando dietro di me una leggera nube stentorea, chiusi la macchina e mi fiondai dentro.

Tada-sensei stava dando delle spiegazioni su come eseguire correttamente alcune posizioni del Kumi-Jo no Kata, Ipponme…dannazione, un po’ troppo tardi…

Inforcai le scale; saltando i gradini mi precipitai sugli spalti ed inizia ad osservare, cercando di cogliere più dettagli possibili, senza alcun successo tanta era la mia eccitazione.

La voce del sensei echeggiava nel palazzetto, a tratti frammentata dalla decisa traduzione del suo assistente, mentre la luce calda del sole si faceva strada fra le vetrate e gli assi di legno, regalando un piacevole tepore mitigato dalla frescura dell’ampio ambiente.

Pochi minuti dopo, la spiegazione, terminò; un rapido cenno e tutti si disposero sul tatami; dopo qualche minuto di profonda concentrazione, resero onore al Fondatore e con rispetto si salutarono reciprocamente.

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Tutto si era concluso troppo in fretta e qualcosa dentro di me aveva lasciato il sapore amaro del dovere verso il lavoro in contrasto con la passione per l’Aikido.
Inconsciamente presi una decisione e, con risolutezza, capii che avrei dovuto parlare a Tada-sensei con franchezza; di cosa, nello specifico, non ne avevo idea, eppure, sentivo di doverlo fare, sentivo che non potevo fare altro che guadagnarci.

Tutto il calcolo, nella mia mente, appariva chiaro, così, altrettanto rapidamente, mi apprestai a raggiungere l’ingresso del salone.

Mi tolsi le scarpe e, trafelato, entrai. Mi avvicinai ad una grossa porta a vetri sulla sinistra, ed ivi attesi che Tada-sensei passasse, quindi lo fermai e gli chiesi se potevo importunarlo per fargli qualche domanda.
Gentilmente mi chiese di attendere che terminasse la sessione di Kinorenma che sarebbe iniziata a minuti, mi inchinai e lascia l’anziano uomo.

Decisi che non ero esattamente impaziente e, non avendo grossi impegni, potevo attendere placidamente il momento della conversazione, magari approfittandone per godere del piacere di una pratica meditativa antica di millenni.

Dapprima la cantilena pareva cacofonica, poi, di suono in suono, si armonizzava sempre di più, divenendo ad un certo punto un tutt’uno uniforme e gradevole.

Rimasi come ipnotizzato, estasiato, mentre il suono vibrava e riecheggiava nel tutto.

Durò a lungo e, probabilmente per molti, doveva essere una vera sofferenza partecipare a Kinorenma; la posizione adottata, infatti, alla lunga, si rivela scomoda e difficoltosa da mantenere se non si é avvezzi ad una sessione così prolungata.

Avendo avuto esperienza di Kinorenma, sapevo che la meditazione stava per concludersi; ridiscesi all’ingresso dell’ampio salone, mi tolsi le scarpe, entrai, feci un inchino e mi misi in meditazione a mia volta.

Quando tutto fu ultimato i praticanti iniziarono lentamente ad abbandonare la sala, e in quel momento ebbi l’occasione di presentarmi e discutere brevemente con Tada-sensei.

Va detto che, da molti, questa mia iniziativa, verrà bollata come irriverente ed irrispettosa, immagino i vari proseliti dire «non si può rivolgere la parola al Maestro Tada» eppure, non essendo un esponente religioso o politico, bensì una semplice persona, certamente il maestro di Aikido più importante, ma comunque una persona, per me il problema non si poneva affatto.

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Mi presentai in giapponese per rompere il ghiaccio; spiegai al maestro che non riuscivo a venire, come invece avrei voluto fare, allo stage, e siccome avevo difficoltà con il Kata (forma A e B assieme) volevo sapere se lo avrebbe mostrato in unione per poterlo comprendere meglio.

Ero molto emozionato, quasi eccitato dall’esperienza di poter parlare con quel grande maestro formato direttamente da O’sensei, e, lo confesso, tremavo un poco, tradendo visibilmente la mia emozione. Il suo sguardo intenso era difficile da incrociare e cercai di concentrarmi sull’intera figura.

Con una semplicità affettata Tada-sensei disse che lo avrebbe mostrato ma che avrei dovuto concentrarmi sulla pratica individuale.

Pratica individuale fondamentale in Aikido!

Molto più importante di gruppo, tutti i giorni praticare, tutti i giorni crescere.

Pratica da solo e in Dojo affidati a tuo Maestro, io grande stima di Giorgio.

Devo ammetterlo, conversazione breve, essenziale…quasi un Koan…sulle prime ci ero rimasto un po’ male, forse, memore di Hosokawa-sensei, mi aspettavo maggior dialogicitá, cordialità e magari anche una dimostrazione.

Meditai per diversi giorni quelle parole durante la pausa estiva dalle lezioni, e devo ammettere che lentamente il concetto si stava instradando.

Qualche tempo prima ero giunto alla comprensione che i problemi non bisogna farseli risolvere in anticipo da chi ne ha già esperienza, bisogna, piuttosto, approcciarvi da soli, per comprenderne le sfaccettature e trovare la propria soluzione. In questo modo se ne ottiene consapevolezza e si é liberi da quel giogo.

Associate queste due meditazioni, mi misi giorno dopo giorno a far lavorare la testa sul problema dell’armonizzazione dei Kata di Jo.

In questo ero forse facilitato, riuscivo a “vedere” l’avversario grazie al l’addestramento datomi dallo Iaido, tuttavia, stavo sperimentando, non avevo certezze né riferimenti, se non il mio maestro.

Finite le vacanze, e ripreso il regolare ritmo aikidoistico, con Luca esternammo a Giorgio la nostra difficoltà, generata soprattutto dalla gran confusione collettiva in merito al l’esecuzione delle forme del Kata.

Per tutta risposta Giorgio ci allungò un DVD di Tada-sensi del 2011 in cui si dedicava lungamente ai Kata.

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Probabilmente consumai il DVD, a furia di vederlo, stopparlo, rivederlo, riavviarlo, praticarlo…alla fine memorizzai le Tre forme del Kata: Base, A e B, chiamai Luca, che nel mentre aveva fatto altrettanto, fissando un appuntamento al parco.

Ci volle tutto il pomeriggio e, nonostante una pratica di studio, al termine, ci trovammo madidi di sudore, ma perfettamente soddisfatti.

Con un intenso lavoro di studio di condizioni, angoli, posizioni, reazioni, intenzioni, eravamo riusciti a trovare le chiavi di lettura del kata, riuscendo, finalmente, e dopo oltre dieci anni di pratica, ad eseguirlo in Unione.

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La sensazione che provammo é impossibile da rendere per mezzo delle parole, specie quelle proiettate dallo schermo di un pc.

Un profondo senso di soddisfazione e realizzazione ci permeava, la parte più dura della sfida era stata affrontata, ma, come la tartaruga marina che, con immane fatica, rompe l’uovo e si avvia verso il mare, le difficoltà e le insidie si celano ovunque lungo la strada verso il mare aperto, e questa sensazione, ancora oggi, a distanza di mesi di pratica consolidata, ci accompagna, per ricordarci che, solo con l’umiltà e con la pratica individuale, si possono raggiungere obiettivi così gratificanti, infatti, siamo ancora al preludio della nostra vita Aikidoistica, tuttavia, armati di pazienza (nintai) e coadiuvati dal grande maestro Giorgio e dai consigli di Tada-sensei, siamo sicuri di poter crescere, giorno dopo giorno in tutte le dimensioni dell’interessante prisma aikidoistico.

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A tutti i praticanti auguro vivamente di giungere a questi sentimenti di gioia e di gratificazione.

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